La Banca del Villaggio

Sul Corriere della Sera nei giorni scorsi è apparso un articolo, scritto da Federico Fubini, dal titolo “Microcredito: ora i poveri si ribellano”.
Ne riportiamo alcuni passaggi al fine di stimolare la discussione su temi delicati legati al microcredito, come la determinazione dei tassi di interesse e la creazione di gruppi a responsabilità congiunta (il testo integrale è disponibile qui):
Nella sua lezione alla cerimonia del Nobel nel 2006, Yunus disse che la banca «di routine è in utile» (pari a 13,5 milioni di euro nel 2008) e certo i risultati sono impressionanti: quasi otto milioni di clienti in 85 mila villaggi del Bangladesh prendono il microcredito di Grameen. L’azionariato è composto al 96% dalle donne mutuatarie (il resto è dello Stato), Yunus è «un dipendente» e sui benefici del microcredito esiste ormai una letteratura vasta e seria. Ora la banca deve fare i conti con sfide nuove. Per aiutare i villaggi colpiti dai cicloni sempre più frequenti per l’effetto- serra, dice Yunus, «diamo nuovi prestiti anche se non cancelliamo quelli precedenti: semmai estendiamo le scadenze », ampliando il portafoglio crediti. Fonti ufficiali di Grameen precisano che dopo Aila, l’uragano che un mese fa ha distrutto i raccolti per 5 milioni di persone e le case di centinaia di migliaia, Grameen ha cessato di incassare le rate e dato cibo, acqua, aiuti sanitari.
Visto da Kalapara, 300 chilometri più a Sud sul Golfo del Bengala, il quadro appare però alquanto diverso. Qui Aila ha devastato i campi, ucciso il bestiame, contaminato i pozzi. E la filiale di Tiakhali Kalapara di Grameen Bank è passata a riscuotere la sua rata settimanale il giorno dopo il ciclone, racconta la 35enne Taposi (il cognome non lo dà), portavoce di un gruppo di dieci donne clienti. Aiuti non se ne sono visti, mentre a novembre 2007 con il ciclone Sidr (10mila morti) la banca concesse l’equivalente di quasi cinque euro per cliente, pari a due giorni di guadagno di un guidatore di risciò, e un’estensione di sei mesi delle scadenze. «Stavolta non hanno atteso neanche poche ore per riscuotere», dice Taposi.
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Taposi e il suo gruppo di co-mutuatarie parlano, e a tratti piangono, come si sentissero prigioniere di Grameen. Fra le dieci nessuna ritiene di aver mai avuto un beneficio dai suoi prestiti. Il primo problema è la celebrata (in Occidente) obbligazione di gruppo nel caso di insolvenza individuale: gli altri clienti devono ripianare. Secondo la banca è un modo per responsabilizzare le comunità. Ma Taposi e le sue amiche devono autotassarsi quando una sola manca un pagamento, andando a loro volta in difficoltà: ciò mette Grameen Bank più al riparo dalle perdite ma crea liti e denunce nei villaggi. La banca sostiene che non punisce mai gli insolventi («Non usiamo strumenti legali»), ma non può ignorare che nei gruppi di clienti si litiga, ci si denuncia, ci si pignora a vicenda e si entra in cause che a volte finiscono con la prigione del debitore. A Kalapara, molti credono che questo sistema sia volto a scaricare su altri, cioè sugli stessi clienti, il costo dei ricorsi e delle sofferenze. «Se ho un reddito di un dollaro — si chiede Taposi — perché devo pagare più di un dollaro per un mutuo non mio?».
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Grameen Bank contesta la versione di queste donne. Sostiene che pratica un interesse fisso del 10%, non richiede garanzie né depositi, prende impegni preventivi sui rendimenti dei risparmi e versa in ogni caso gli interessi. Quanto alle rate reclamate subito dopo i cicloni, afferma, «questa non è la politica della banca». Seduto nel suo studio di Dhaka, Yunus propone anche un sistema a colori per qualunque prodotto in vendita: «Rosso se nuoce al prossimo, giallo se c’è un dubbio in proposito, verde se non fa alcun male». Le filiali di Grameen nelle campagne del Bangladesh tendono al verde: spesso, sono gli edifici più imponenti del villaggio.