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1. LA FINANZA ETICA E SOLIDALE
      # 1.2. Il Microcredito e la finanza etica per il sud del mondo
                        » Panorama della povertà nel mondo
                        _ Finanza etica nel sud del mondo
                        _ Chi fa finanza etica nel sud del mondo

Panorama della povertà nel mondo


    # Perché fare finanza etica nel sud del mondo: la povertà
        [fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]

Lo State of the World 20053 dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – istituto che mette in evidenza le condizioni in cui vive la popolazione mondiale in base a indicatori aggregati relativi alla situazione economica e sociale - fa emergere il “consueto” dato allarmante: la “distribuzione della povertà”4 nel mondo vede colpiti principalmente i paesi africani, a cui fanno seguito alcuni paesi asiatici, i nuovi Stati indipendenti (ex-Unione Sovietica) e l’America Latina.

La gran parte delle popolazioni di questi paesi vive in uno stato di povertà continuamente in fase di peggioramento e determinato sì da reddito limitato, ma anche e soprattutto dalla conseguente impossibilità di soddisfare le proprie necessità primarie, come l’alloggio stabile, i servizi medici e sanitari, i servizi scolastici, l’accesso all’acqua potabile.

A titolo d’esempio del differente tasso di accesso a questi servizi, riportiamo qui i dati di due paesi a confronto:



Quindi, la povertà è un fenomeno molto più complesso della condizione materiale di privazione o di mancanza di accesso ai servizi di base, e come tale, sicuramente colpisce anche paesi ed aree apparentemente considerati ricchi. La Caritas definisce la povertà come “un fenomeno complesso e a più dimensioni, basato non soltanto sui redditi, ma anche sul non soddisfacimento delle necessità di base, sulla violazione dei diritti umani fondamentali e di per sé inviolabili, così come la vulnerabilità, l’insicurezza, la disuguaglianza, la marginalità, la discriminazione, l’esclusione, il senso di impotenza, la mancanza o limitatezza di opportunità e scelte”.


Secondo Serge Paugam6, in Europa esistono tre tipologie distinte di povertà:

- povertà integrata: condizione segnata dal bisogno, ma non relativa ad un gruppo sociale. Il soggetto, anche in seguito al processo di impoverimento, conserva la propria posizione all’interno della categoria socio-professionale d’appartenenza che precedentemente lo definiva. La sua integrazione nella società non costituisce un problema;

- povertà marginale: definizione che rimanda, invece, sia alla questione della povertà nel senso tradizionale del termine che a quello dell’esclusione. Coloro che vengono classificati come poveri o esclusi non sono che una frangia ristretta della popolazione e rappresentano, in qualche modo, nella coscienza collettiva, i disadattati della società evoluta, coloro che non hanno saputo adattarsi ai ritmi della modernizzazione e conformarsi alle norme imposte dallo sviluppo industriale. Nonostante la loro situazione sia marginale, essa infastidisce poiché mostra i “perdenti del sistema” e le “delusioni del progresso”;

- povertà escludente: definisce coloro che sono considerati poveri ed esclusi. Essi vengono respinti al di fuori della sfera produttiva e divengono dipendenti dalle istituzioni di welfare, cioè dal sistema previdenziale e assistenziale, pur sperimentando sempre maggiori difficoltà. La povertà escludente ha una maggiore probabilità di svilupparsi in società definite solitamente “post-industriali” come fenomeno in parte legato alla riorganizzazione dell’apparato produttivo ed ai mutamenti delle relazioni economiche internazionali.


Le diverse definizioni di povertà ci rendono consapevoli della complessità di questo fenomeno: i poveri non sono uguali dappertutto e, quindi, le politiche delle autorità per combattere la povertà devono adattarsi alle condizioni particolari di ogni paese, regione, provincia, comune.





    # Quanti sono i poveri in Europa?
        [fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]

Nel 2003, nell’Unione Europea a 25 membri circa 72 milioni di cittadini (il 16% della popolazione dell’UE) era a rischio di povertà monetaria relativa9, ovvero viveva in un nucleo familiare provvisto di un reddito inferiore al 60% del reddito medio nazionale.



Questa cifra, calcolata come una media ponderata di risultati nazionali, in realtà nasconde delle differenze considerevoli tra gli Stati membri: da un lato vi sono i paesi che hanno un tasso di povertà più elevato, cioè la Slovacchia, l’Irlanda, la Grecia (21%), seguiti dal Portogallo dall’Italia, dalla Spagna (19%), dal Regno Unito e dall’Estonia (18%); dall’altro troviamo quei paesi il cui tasso di povertà è più basso, ovvero la Repubblica Ceca (circa l’8%), il Lussemburgo, l’Ungheria e la Slovenia (10%), la Finlandia e la Svezia (11%), la Danimarca, la Francia, i Paesi Bassi (12%) e l’Austria (13%).





    # Chi sono i poveri in Europa?
        [fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]

In generale, i soggetti più colpiti dalla povertà sono i disoccupati; le famiglie monoparentali - specialmente quelle il cui capofamiglia è una donna - le persone anziane ed isolate (anche in questo caso prevalentemente donne); le famiglie con molte persone a carico; gli immigrati; le minoranze etniche; i Rom; i portatori di handicap; i senzatetto; le vittime di fenomeni di tratta, come le prostitute o le persone ridotte in schiavitù; le persone che risiedono in un istituto di cura o che ne escono; i contadini che praticano un’agricoltura di sussistenza.

Numerose sono le cause che possono essere prese in considerazione come agenti determinanti della piaga della povertà e dell’esclusione sociale. La mancanza di lavoro, da imputare spesso a fattori esterni come il livello insufficiente d’istruzione, è una delle principali cause, specialmente quando è di lungo termine. Anche il lavoro flessibile e/o atipico, che in Europa coinvolge circa il 28% degli occupati e che ha visto un incremento sensibile negli ultimi anni, è una causa della povertà e dell’esclusione sociale, così come il lavoro nero o sommerso che interessa quasi il 20% delle persone che lavorano.

L’esclusione sociale appare anche come un problema di genere: la stragrande maggioranza dei genitori single è costituita da donne, e le madri e le donne anziane nubili sono maggiormente soggette ad avere redditi bassi e ad essere più vulnerabili nei confronti della povertà. In molti paesi, il tasso di disoccupazione per le donne è più alto che per gli uomini ed i figli delle donne nubili e disoccupate sono generalmente i più vulnerabili di fronte alla povertà e all’esclusione. Tra le categorie più vulnerabili troviamo anche le famiglie numerose, quelle con più di tre figli.

I fattori etnici e culturali hanno una funzione altrettanto importante in relazione alla povertà e all’esclusione sociale in vari Stati dell’Unione Europea. In alcuni di essi, i gruppi minoritari come i Rom (Spagna, Polonia, Romania, Repubblica Ceca) sono maggiormente esposti al rischio povertà. In altri paesi, gli immigrati fanno parte delle categorie più deboli della popolazione a causa del minor livello d’istruzione e della disoccupazione.

Anche la dimensione geografica ha la sua incidenza. Nella maggior parte degli Stati europei vi sono considerevoli differenze regionali per ciò che concerne l’esclusione sociale. In alcuni casi, il rischio povertà è maggiore in specifiche regioni o province; in altri, esso è prevalentemente concentrato in determinate aree urbane appartenenti alle più grandi città.





    # L'attività finanziaria: causa o risoluzione della povertà?
        [fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]

L’attività finanziaria nasce per trasferire la ricchezza prodotta in eccesso da parte di chi risparmia a chi ne ha bisogno per effettuare investimenti (a titolo personale, familiare, imprenditoriale o pubblico). Si tratta di una funzione indispensabile per gran parte dei modelli economici utilizzati oggi: tuttavia, nel contesto economico attuale i mercati finanziari hanno conosciuto una crescita esponenziale: nel 1999 il prodotto mondiale lordo era di 30.000 miliardi di dollari, mentre le attività finanziarie avevano superato i 53.000 miliardi di dollari.

In questo contesto, i fenomeni di speculazione finanziaria, che hanno da sempre caratterizzato le dinamiche economiche, negli ultimi anni hanno preso il sopravvento sulle normali dinamiche di finanziamento dell’attività economica: come risultato l’attività finanziaria molto spesso è mirata non all’investimento per lo sviluppo di attività economiche, ma all’esclusiva massimizzazione del profitto di breve termine. Secondo la Banca per i Regolamenti Internazionali le attività meramente speculative rappresentano oggi il 90% delle contrattazioni a livello internazionale: più di 1500 miliardi di dollari al giorno sono usati per azioni di questo tipo.

Questa enorme massa di capitali si muove attraverso canali informatici in cerca di sbocchi speculativi a brevissimo termine (molti contratti di scambio hanno durata inferiore alle 12 ore) ed è pronta a spostarsi in pochi istanti da una parte all'altra del globo: queste transazioni non corrispondono più ad investimenti reali, ossia non corrispondono più al finanziamento di attività economiche che producono beni, servizi e occupazione. Molti osservatori hanno sottolineato con preoccupazione il progressivo allontanamento dell’economia finanziaria - gestione delle valute e dei valori mobiliari - dall’economia reale - produzione e distribuzione di beni e servizi. Ciò ha pesanti conseguenze, soprattutto per le economie dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS), che a causa dell’estrema volatilità dei flussi di capitale non traggono giovamento dall’apertura dei mercati, e non riescono a intraprendere politiche di sviluppo durature ed efficaci. Basti pensare che il 93% del credito concesso nel mondo è usufruito dagli abitanti dei paesi ad alto reddito (che sono all’incirca un miliardo), mentre alle fasce più povere del pianeta spetta solo il 5,5% di tale somma. Gran parte dell'attività interbancaria nel 2000 è stata guidata dallo sforzo di riciclare ampi flussi dalle economie emergenti ai paesi industriali.

“I paesi esportatori di petrolio e le economie emergenti in Asia orientale sono state le principali sorgenti di fondi, mentre i prenditori a prestito negli Usa sono stati tra i principali destinatari”.
“Nella fase attuale”, afferma l'economista Jean-Paul Fitoussi, “è del tutto evidente che i mercati finanziari sono dominati dai creditori, un termine generico che indica coloro che posseggono il capitale o coloro che agiscono per conto dei possessori di capitale. La deregolamentazione e la globalizzazione finanziaria hanno moltiplicato le opportunità di investimento, ma non hanno moltiplicato al tempo stesso l’ammontare dei fondi disponibili per il prestito”.

Chi controlla i fondi può permettersi di scegliere, e difficilmente sceglie di finanziare le iniziative dei piccoli produttori ai margini del grande mercato. Come risultato: il miliardo di persone più povere della terra produce risparmio - che si aggira sull’1% della raccolta mondiale - ma, ironia della sorte, riesce a utilizzarne solo lo 0.2%. È in questo regime di dittatura dei creditori che si sviluppa il conflitto per il diritto al credito.






"Finanza etica e solidale" | Educational Tool Kit
Uno strumento ideato per i Responsabili Finanza Solidale Altromercato e per i Promotori Locali di Banca Etica
realizzato da Ctm Altromercato e Fondazione Responsabilità Etica nell'ambito del progetto Save for Good

















In questo capitolo »

1. LA FINANZA ETICA E SOLIDALE

  # 1.1. Introduzione alla finanza etica
  # 1.2. Il Microcredito e la finanza etica
              per il sud del mondo

          Appendice







Gli altri capitoli »

1. LA FINANZA ETICA E SOLIDALE

2. IL SISTEMA CTM ALTROMERCATO

3. IL SISTEMA BANCA ETICA

4. PROMUOVERE LA FINANZA ETICA E SOLIDALE SUL TERRITORIO