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Panorama della povertà nel mondo
    # Perché fare finanza etica nel sud del mondo: la povertà
       
[fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]
Lo State of the World 20053 dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la
Popolazione – istituto che mette in evidenza le condizioni in cui vive la popolazione
mondiale in base a indicatori aggregati relativi alla situazione economica e sociale -
fa emergere il “consueto” dato allarmante: la “distribuzione della povertà”4 nel
mondo vede colpiti principalmente i paesi africani, a cui fanno seguito alcuni paesi
asiatici, i nuovi Stati indipendenti (ex-Unione Sovietica) e l’America Latina.
La gran parte delle popolazioni di questi paesi vive in uno stato di povertà
continuamente in fase di peggioramento e determinato sì da reddito limitato, ma
anche e soprattutto dalla conseguente impossibilità di soddisfare le proprie
necessità primarie, come l’alloggio stabile, i servizi medici e sanitari, i servizi
scolastici, l’accesso all’acqua potabile.
A titolo d’esempio del differente tasso di accesso a questi servizi, riportiamo qui i dati di due paesi a confronto:
Quindi, la povertà è un fenomeno molto più complesso della condizione materiale di
privazione o di mancanza di accesso ai servizi di base, e come tale, sicuramente
colpisce anche paesi ed aree apparentemente considerati ricchi. La Caritas definisce
la povertà come “un fenomeno complesso e a più dimensioni, basato non soltanto
sui redditi, ma anche sul non soddisfacimento delle necessità di base, sulla
violazione dei diritti umani fondamentali e di per sé inviolabili, così come la
vulnerabilità, l’insicurezza, la disuguaglianza, la marginalità, la discriminazione,
l’esclusione, il senso di impotenza, la mancanza o limitatezza di opportunità e
scelte”.
Secondo Serge Paugam6, in Europa esistono tre tipologie distinte di povertà:
- povertà integrata: condizione segnata dal bisogno, ma non relativa ad un gruppo sociale.
Il soggetto, anche in seguito al processo di impoverimento, conserva la propria posizione
all’interno della categoria socio-professionale d’appartenenza che precedentemente lo
definiva. La sua integrazione nella società non costituisce un problema;
- povertà marginale: definizione che rimanda, invece, sia alla questione della povertà nel
senso tradizionale del termine che a quello dell’esclusione. Coloro che vengono classificati
come poveri o esclusi non sono che una frangia ristretta della popolazione e rappresentano,
in qualche modo, nella coscienza collettiva, i disadattati della società evoluta, coloro che non
hanno saputo adattarsi ai ritmi della modernizzazione e conformarsi alle norme imposte dallo
sviluppo industriale. Nonostante la loro situazione sia marginale, essa infastidisce poiché
mostra i “perdenti del sistema” e le “delusioni del progresso”;
- povertà escludente: definisce coloro che sono considerati poveri ed esclusi. Essi vengono
respinti al di fuori della sfera produttiva e divengono dipendenti dalle istituzioni di welfare,
cioè dal sistema previdenziale e assistenziale, pur sperimentando sempre maggiori difficoltà.
La povertà escludente ha una maggiore probabilità di svilupparsi in società definite
solitamente “post-industriali” come fenomeno in parte legato alla riorganizzazione
dell’apparato produttivo ed ai mutamenti delle relazioni economiche internazionali.
Le diverse definizioni di povertà ci rendono consapevoli della complessità di questo
fenomeno: i poveri non sono uguali dappertutto e, quindi, le politiche delle autorità
per combattere la povertà devono adattarsi alle condizioni particolari di ogni paese,
regione, provincia, comune.
    # Quanti sono i poveri in Europa?
       
[fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]
Nel 2003, nell’Unione Europea a 25 membri circa 72 milioni di cittadini (il 16% della
popolazione dell’UE) era a rischio di povertà monetaria relativa9, ovvero viveva in
un nucleo familiare provvisto di un reddito inferiore al 60% del reddito medio
nazionale.
Questa cifra, calcolata come una media ponderata di risultati nazionali, in realtà
nasconde delle differenze considerevoli tra gli Stati membri: da un lato vi sono i
paesi che hanno un tasso di povertà più elevato, cioè la Slovacchia, l’Irlanda, la
Grecia (21%), seguiti dal Portogallo dall’Italia, dalla Spagna (19%), dal Regno
Unito e dall’Estonia (18%); dall’altro troviamo quei paesi il cui tasso di povertà è
più basso, ovvero la Repubblica Ceca (circa l’8%), il Lussemburgo, l’Ungheria e la
Slovenia (10%), la Finlandia e la Svezia (11%), la Danimarca, la Francia, i Paesi
Bassi (12%) e l’Austria (13%).
    # Chi sono i poveri in Europa?
       
[fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]
In generale, i soggetti più colpiti dalla povertà sono i disoccupati; le famiglie
monoparentali - specialmente quelle il cui capofamiglia è una donna - le persone
anziane ed isolate (anche in questo caso prevalentemente donne); le famiglie con
molte persone a carico; gli immigrati; le minoranze etniche; i Rom; i portatori di
handicap; i senzatetto; le vittime di fenomeni di tratta, come le prostitute o le
persone ridotte in schiavitù; le persone che risiedono in un istituto di cura o che ne
escono; i contadini che praticano un’agricoltura di sussistenza.
Numerose sono le cause che possono essere prese in considerazione come agenti
determinanti della piaga della povertà e dell’esclusione sociale. La mancanza di
lavoro, da imputare spesso a fattori esterni come il livello insufficiente
d’istruzione, è una delle principali cause, specialmente quando è di lungo
termine. Anche il lavoro flessibile e/o atipico, che in Europa coinvolge circa il
28% degli occupati e che ha visto un incremento sensibile negli ultimi anni, è una
causa della povertà e dell’esclusione sociale, così come il lavoro nero o sommerso
che interessa quasi il 20% delle persone che lavorano.
L’esclusione sociale appare anche come un problema di genere: la stragrande
maggioranza dei genitori single è costituita da donne, e le madri e le donne anziane
nubili sono maggiormente soggette ad avere redditi bassi e ad essere più
vulnerabili nei confronti della povertà. In molti paesi, il tasso di disoccupazione per
le donne è più alto che per gli uomini ed i figli delle donne nubili e disoccupate sono
generalmente i più vulnerabili di fronte alla povertà e all’esclusione. Tra le categorie
più vulnerabili troviamo anche le famiglie numerose, quelle con più di tre figli.
I fattori etnici e culturali hanno una funzione altrettanto importante in relazione alla
povertà e all’esclusione sociale in vari Stati dell’Unione Europea. In alcuni di essi, i
gruppi minoritari come i Rom (Spagna, Polonia, Romania, Repubblica Ceca) sono
maggiormente esposti al rischio povertà. In altri paesi, gli immigrati fanno parte
delle categorie più deboli della popolazione a causa del minor livello d’istruzione e
della disoccupazione.
Anche la dimensione geografica ha la sua incidenza. Nella maggior parte degli Stati
europei vi sono considerevoli differenze regionali per ciò che concerne l’esclusione
sociale. In alcuni casi, il rischio povertà è maggiore in specifiche regioni o
province; in altri, esso è prevalentemente concentrato in determinate aree urbane
appartenenti alle più grandi città.
    # L'attività finanziaria: causa o risoluzione della povertà?
       
[fonte: Politiche e strumenti per la promozione della Finanza Etica, a cura di UCODEP ]
L’attività finanziaria nasce per trasferire la ricchezza prodotta in eccesso da parte di
chi risparmia a chi ne ha bisogno per effettuare investimenti (a titolo personale,
familiare, imprenditoriale o pubblico). Si tratta di una funzione indispensabile per
gran parte dei modelli economici utilizzati oggi: tuttavia, nel contesto economico
attuale i mercati finanziari hanno conosciuto una crescita esponenziale: nel 1999 il
prodotto mondiale lordo era di 30.000 miliardi di dollari, mentre le attività
finanziarie avevano superato i 53.000 miliardi di dollari.
In questo contesto, i fenomeni di speculazione finanziaria, che hanno da sempre
caratterizzato le dinamiche economiche, negli ultimi anni hanno preso il
sopravvento sulle normali dinamiche di finanziamento dell’attività economica: come
risultato l’attività finanziaria molto spesso è mirata non all’investimento per lo
sviluppo di attività economiche, ma all’esclusiva massimizzazione del profitto di
breve termine. Secondo la Banca per i Regolamenti Internazionali le attività
meramente speculative rappresentano oggi il 90% delle contrattazioni a livello
internazionale: più di 1500 miliardi di dollari al giorno sono usati per azioni di
questo tipo.
Questa enorme massa di capitali si muove attraverso canali informatici in cerca di
sbocchi speculativi a brevissimo termine (molti contratti di scambio hanno durata
inferiore alle 12 ore) ed è pronta a spostarsi in pochi istanti da una parte all'altra
del globo: queste transazioni non corrispondono più ad investimenti reali, ossia non
corrispondono più al finanziamento di attività economiche che producono beni,
servizi e occupazione. Molti osservatori hanno sottolineato con preoccupazione il
progressivo allontanamento dell’economia finanziaria - gestione delle valute e dei
valori mobiliari - dall’economia reale - produzione e distribuzione di beni e servizi.
Ciò ha pesanti conseguenze, soprattutto per le economie dei Paesi in Via di
Sviluppo (PVS), che a causa dell’estrema volatilità dei flussi di capitale non
traggono giovamento dall’apertura dei mercati, e non riescono a intraprendere
politiche di sviluppo durature ed efficaci. Basti pensare che il 93% del credito
concesso nel mondo è usufruito dagli abitanti dei paesi ad alto reddito (che sono
all’incirca un miliardo), mentre alle fasce più povere del pianeta spetta solo il 5,5%
di tale somma. Gran parte dell'attività interbancaria nel 2000 è stata guidata dallo
sforzo di riciclare ampi flussi dalle economie emergenti ai paesi industriali.
“I paesi
esportatori di petrolio e le economie emergenti in Asia orientale sono state le
principali sorgenti di fondi, mentre i prenditori a prestito negli Usa sono stati tra i
principali destinatari”. “Nella fase attuale”,
afferma l'economista Jean-Paul Fitoussi,
“è del tutto evidente
che i mercati finanziari sono dominati dai creditori, un termine generico che indica
coloro che posseggono il capitale o coloro che agiscono per conto dei possessori di
capitale. La deregolamentazione e la globalizzazione finanziaria hanno moltiplicato
le opportunità di investimento, ma non hanno moltiplicato al tempo stesso
l’ammontare dei fondi disponibili per il prestito”.
Chi controlla i fondi può permettersi di scegliere, e difficilmente sceglie di finanziare le iniziative dei piccoli
produttori ai margini del grande mercato. Come risultato: il miliardo di persone più
povere della terra produce risparmio - che si aggira sull’1% della raccolta mondiale
- ma, ironia della sorte, riesce a utilizzarne solo lo 0.2%. È in questo regime di
dittatura dei creditori che si sviluppa il conflitto per il diritto al credito.
"Finanza etica e solidale" | Educational Tool Kit
Uno strumento ideato per i Responsabili Finanza Solidale Altromercato
e per i Promotori Locali di Banca Etica
realizzato da Ctm Altromercato e Fondazione Responsabilità Etica nell'ambito del progetto Save for Good
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